domenica 21 febbraio 2021

2021-02-21 Ponte Morandi " concluso l'incidente probatorio "

Ponte Morandi, «nel reperto 132 solo 5 trefoli su 464 non erano corrosi»

Su Repubblica Genova. Lo scrivono i periti del gip nella relazione discussa ieri durante il secondo incidente probatorio. Il reperto fa parte della pila 9, quella crollata il 14 agosto 2018

Nel reperto 132 del Ponte Morandi, la prova regina del degrado del viadotto crollato il 14 agosto2018, soltanto 5 trefoli su 464 non erano corrosi. E’ scritto nella perizia del gip, presentata ieri nel secondo incidente probatorio sulla tragedia che ha portato alla morte di 43 persone. Lo racconta Repubblica Genova.

Il reperto 132 è la parte che si trova in cima al tirante della pila 9, quella ceduta nel viadotto, portandolo al collasso. All’interno ci sono i trefoli di acciaio, costituiti a loro volta da fili.

“Secondo gli esperti il grado di corrosione riscontrato nei trefoli non è omogeneo: si va da una percentuale molto alta in alcuni punti, considerata assolutamente critica per lo stato di salute della struttura, ad altre più basse che non ne avrebbero compromesso la tenuta”.

La causa dell’ammaloramento dipende anche da un difetto di costruzione, che è l’aspetto su cui naturalmente puntano i legali degli indagati di Autostrade e Spea. Ammaloramento, peraltro, già emerso nel corso del primo incidente probatorio.

Ilnapolista © riproduzione riserv ata 19 Febbraio 2021

Ponte Morandi, concluso l’incidente probatorio: il viadotto crollò per la corrosione dei tiranti

La tragedia fu causata dal cedimento del tirante della pila 9, escluse altre concause. Il presunto difetto di costruzione avrebbe potuto essere corretto con un’adeguata manutenzione

La causa del crollo del Ponte Morandi, il 14 agosto del 2018, fu la corrosione degli stralli.

Non ci fu alcuna concausa come la caduta della famosa bobina da un camion in transito. E’ il risultato a cui è arrivato il secondo incidente probatorio sulle cause della strage che uccise 43 persone, conclusosi ieri.

Il difetto di costruzione a cui si sono appellati i difensori di Autostrade e Spea, se pure ci fosse stato, avrebbe potuto essere corretto con un’adeguata manutenzione, che invece è mancata.La tragedia fu causata dal cedimento del tirante della pila 9, escluse altre concause. Il presunto difetto di costruzione avrebbe potuto essere corretto con un’adeguata manutenzione

Le conclusioni dell’udienza sono riportate dal Secolo XIX.

Secondo i periti, la causa del crollo resta il cedimento di uno strallo, ovvero la sommità di un pilone. L’anima in acciaio, circondata dal calcestruzzo e quindi non visibile dall’esterno, si è progressivamente corrosa, fino a spezzarsi e a generare l’effetto domino che ha disintegrato il ponte.

A cedere, nello specifico, è stato il tirante della pila numero 9, lato mare.

Con la chiusura dell’incidente probatorio, la prossima tappa legale è il 3 marzo, quando, nella cosiddetta “udienza stralcio”, si deciderà quali intercettazioni si possono ammettere e quali no.

ilnapolista © riproduzione riserv ata 21 Febbraio 2021




 

lunedì 15 febbraio 2021

2021/02/05 PONTE MORANDI nato malato strangolato dai cavi marci

 Ho trovato questo articolo in internet cercando le ultime notizie sul maxiprocesso.

Non so chi sia colui che trae le conclusini ma per me non ci ha capito un "......." niente, trae conlusioni non condivisibili .

dai filmati si vede chiaramente che ha ceduto l'attacco tra il " pennone e lo strallo " a giudizio dell'articolista sembra che abbia ceduto la fondazione.

Allego l'articolo


Ponte Morandi nato malato. Strangolato dai cavi marci

I segnali d'allarme c'erano dall'inizio. A provocare la catastrofe l'incuria di Autostrade e parastato

Luca Fazzo - Ven, 05/02/2021 - 08:13


Genova. Il «tumore». Ormai gli avvocati della megainchiesta sul crollo del ponte Morandi lo chiamano così.

Il «tumore» è il groviglio di cavi d'acciaio che nel 1965 venne piazzato a reggere la pila 9 del viadotto sul Polcevera, e che fin da subito si trovò immerso nell'acqua, negli acidi, nella salsedine: e cominciò a incancrenire come una metastasi. Sono espressioni crude. Ma quella andata in scena in questi giorni nel tendone del tribunale genovese sembra davvero una autopsia. Sul tavolo c'è un cadavere. Non di un uomo: il gigantesco cadavere del ponte crollato il 14 agosto 2018. Sezionato, analizzato.

Come tutti i cadaveri, anche quello del Morandi parla. Il tumore è lì, sul tavolo dei periti: il «reperto 132», il pezzo della pila 9, lato sud, che alle 11,36 cede di schianto. Su questo ormai sono tutti d'accordo, consulenti dell'accusa e della difesa. Ma come nei processi per colpe mediche, dove si parla di esseri umani lasciati morire senza cure o con le cure sbagliate, la domanda cruciale è: il malato si poteva salvare? I sintomi si coglievano, erano affrontabili? Ed è qui che le versioni divergono, e la battaglia dei settantuno indagati - con i pubblici ministeri, e poi tra di loro, gli uni contro gli altri - si annuncia aspra e interminabile, col rischio che l'immane complessità della materia porti tutto avanti nel tempo.



Anche per questo, le famiglie di trentanove dei quarantatré morti hanno scelto di mollare, prendere i soldi, uscire per sempre dal tormento senza fine delle sentenze giuste o sbagliate, dei ricorsi, delle prescrizioni. A combattere sono rimasti in tre. Marcello Bellasio, che perse due figli; Nadia e Egle Possetti, che persero la sorella; e il papà di Giovanni Battiloro. A loro, spiegano, i milioni di Autostrade non interessano. Vogliono capire perché, per colpa di chi.

Non si sono accontentati della perizia disposta dal giudice, quella discussa per tre giorni questa settimana, e su cui dal 18 febbraio avvocati e periti torneranno a litigare.

Bellasio e le Possetti hanno voluto un loro consulente, uno di cui si fidassero.

Si chiama Paolo Rugarli, è un ingegnere milanese, ha depositato 373 pagine con la sua risposta alle domande del giudice.

Ed è accaduta una cosa singolare. Sulla ricostruzione di Rugarli - una ricostruzione impietosa, di cui qua accanto si riportano i passaggi principali - si sono ritrovati in buona parte anche gli imputati legati ad Atlantia ovvero ai Benetton, i manager entrati in scena con la privatizzazione di Autostrade nel 1999, a partire da Giovanni Castellucci, prima amministratore e poi presidente.

Anche con loro, con le omissioni per ignavia o per soldi della gestione privata, la ricostruzione di Rugarli ha la mano pesante.

Ma ha un pregio: guarda anche all'indietro, riavvolge il filo della tragedia fino agli esordi del ponte, alla progettazione, alla costruzione, ai segnali d'allarme iniziati prima ancora che sui 1.182 metri progettati dal grande Enrico Morandi passasse la prima auto.

E sugli anni successivi, gli anni dell'Anas, delle autostrade pubbliche, del parastato sprecone e miope. Il ponte, dice Rugarli, nacque già malato. E la sua morte, cinquant'anni dopo, fu la conseguenza inevitabile di una serie di colpe imperdonabili da parte praticamente di chiunque, in un ruolo o nell'altro, vi abbia messo le mani.

Anche la Procura di Genova ha, sulla carta, nel mirino quel periodo. Ma Castellucci e gli altri sono convinti (e gli indizi ci sono) che alla fine rischiano di essere gli unici chiamati a pagare.

Non ci stanno. E la mano decisiva forse gli arriverà dal perito delle loro vittime.